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Agosto 2008

Cultura

     
 

Pino Arlacchi torna a La Maddalena.

 
 

Pino Arlacchi, appassionato velista, è partito dai Carabi con il suo Grand Soleil - il “Cpt. George” - per raggiungere La Maddalena dove trascorrerà le sue vacanze estive. Al suo arrivo nell'isola Pino Arlacchi ha subito fatto visita ad alcuni suoi affezionatissimi amici maddalenini, gli ex sindaci Rosanna Giudice (AN), il Sen. Mario Birardi (PD) ed il giudice Gaetano Cau del Tribunale di Sorveglianza di Sassari.

Noto studioso del fenomeno mafioso ha recentemente pubblicato il suo ultimo  libro  "Perchè non c'è mafia in Sardegna"  (edito da AM&D)  -  che verrà presentato a La Maddalena in questi giorni. Il libro spiega   appunto   sul   perché, al contrario di altre regioni italiane, in Sardegna non esistono movimenti delinquenziali di “tipo mafioso”.

 
 

Pino Arlacchi è stato un membro del senato italiano dal 1995 al 1997 e, precedentemente, anche membro della Camera dei Deputati dal 1994 al 1995 del gruppo Sinistra Democratica - l'Ulivo. Membro della 1^ Commissione permanente (Affari Costituzionali) dal 30 maggio 1996 al 14 marzo 1997; Membro della 4^ Commissione permanente (Difesa) dal 14 marzo 1997 al 31 agosto 1997. Durante questo periodo, è stato vice presidente della Commissione parlamentare sulla Mafia, per la quale aveva già fornito le sue competenze in qualità di consigliere, negli anni dal 1984 al 1986. Come consigliere maggiore del Ministero dell'Interno all'inizio degli anni 90, ha istituito la Direzione Investigativa Antimafia (DIA), l'agenzia investigativa impiegata per combattere il crimine organizzato. Già nel 1989, invece, era diventato presidente dell'associazione internazionale per lo studio sul crimine organizzato.

Arlacchi era anche un amico personale e collaboratore del Giudice Giovanni Falcone. Nel 1992, fù nominato presidente onorario della “Fondazione Giovanni Falcone” come riconoscimento per il suo impegno nel combattere il grave fenomeno rappresentato dalle associazioni criminali mafiose e nessuno meglio di lui avrebbe meritato quel titolo.

Il 1 settembre 1997, è stato nominato Direttore Generale Esecutivo delle Nazioni Unite - ufficio per il controllo della droga e la prevenzione del crimine presso la sede di Vienna (ODCCP).

I suoi libri e pubblicazioni sul crimine organizzato hanno ricevuto l'acclamazione internazionale e sono stati tradotti in molte lingue. I suoi studi sul fenomeno della Mafia gli hanno guadagnato riconoscimenti in tutto il mondo per i progressi ottenuti nella ricerca e nella metodologia, progressi che hanno anche aperto la strada alla promulgazione di provvedimenti legislativi di anti-Mafia, altamente apprezzate ed utili nella difficile lotta contro il crimine organizzato.

Comincia la sua carriera accademica nel 1982 presso l’Università di Calabria sino al 1985. Nel 1994 diventa professore di sociologia all'università di Sassari, poi professore di sociologia applicata all'università di Firenze e nel 1987 fu "visiting professor" presso l'università della Colombia a New York.

 
     
 

Perché non c'é la mafia in Sardegna.

 
 

Scritto da Pino Arlacchi, noto studioso del fenomeno mafioso nonché consulente della DIA, "Perchè non c'è mafia in Sardegna" (edito da AM&D) ragiona sul perché nella nostra isola, al contrario di altre regioni italiane, non esistano movimenti delinquenziali di tipo mafioso.

L’autorevole sociologo fa risalire tale peculiarità all’identità culturale sarda caratterizzata dall’ insofferenza verso le umiliazioni e dalla ribellione nei confronti delle dimostrazioni di forza altrui , nonchè alla nostra visione millenaria del diritto ben diversa da quella che esiste laddove è invece prioritario il predominio sugli altri e l’oppressione.

In Sardegna, sostiene Pino Arlacchi, ha storicamente prevalso quel senso di giustizia e di intolleranza alla passività e all’accettazione delle umiliazioni gravi che affonda le radici nella cultura pastorale e che comprende anche quell’ autogiustizia violenta che è la vendetta, fatto personale decisamente non delegabile allo Stato, né tantomeno a gruppi quali quelli mafiosi.

 
   
 

(di Pino Arlacchi) - L’ analisi della criminalità sarda comporta il confronto con una corposa tradizione di ricerca sul campo, che ha coinvolto illustri scienziati ed ha prodotto concetti importanti, come quello della “sottocultura della violenza”. Gli studi di quell’ epoca hanno stimolato, venendone a loro volta influenzati, l’istituzione di una Commissione parlamentare sulla criminalità in Sardegna che ha operato tra il 1969 e il 1972. Questi stessi studi hanno contribuito in qualche modo a plasmare le principali politiche pubbliche dell’isola imperniate intorno ai Piani di Rinascita ed alla modernizzazione urbano-industriale.

A quasi quaranta anni di distanza dalla pubblicazione dei risultati più significativi di quella stagione scientifica, poca parte rimane utilizzabile, purtroppo, di quel patrimonio intellettuale.

I lavori di Wolfgang-Ferracuti sulla violenza in Barbagia e nelle altre zone dell’isola si rivelano oggi troppo angusti, troppo legati alla tradizione della criminologia ottocentesca, che vedeva delinquenza e delitti collegati a specifici gruppi sociali e tratti antropologico-culturali. Il pregiudizio illuministico e modernista contro la pastorizia, i pastori e la cultura pastorale, poi, ha troppo influenzato quei paradigmi per poter guidare la ricerca sociale contemporanea.
Nel frattempo, l’enorme sviluppo degli studi mediterranei, della storia sociale, della geografia economica, dell’ antropologia sociale e giuridica, della sociologia della devianza e perfino della filosofia del diritto e della politica hanno messo a disposizione degli studiosi una strumentazione ben più ricca e potente.

Non è possibile oggi affrontare l’antropologia della Sardegna senza gettare almeno uno sguardo sulla traboccante letteratura sul pastoralismo, sul Mediterraneo, sull’ onore, sulla famiglia e sulla giustizia. Tanto per fare qualche esempio, intorno al tema dell’egualitarismo pastorale è in corso un dibattito internazionale che appassiona decine di studiosi, e sull’ argomento della vendetta come sentimento della giustizia vivo e “moderno” si sono già scritte varie pregevoli opere di filosofia politica e morale.

Il Mediterraneo, inoltre, con la sua peculiare curvatura di unità-nella-diversità, è diventato, soprattutto per merito dell’eredità di Fernand Braudel, un oggetto di riflessione sempre più frequentato ed interdisciplinare. Si legga al riguardo la monumentale sintesi di due studiosi inglesi, Horden e Purcell, in cui il “mare che corrompe” viene scomposto e ricomposto attraverso l’analisi di quasi 3.000 lavori sul commercio, le città, le foreste, le montagne, l’agricoltura, la tecnologia, il clima, il suolo, la storia, le religioni, la cultura.
Qual è la lezione - provvisoria, naturalmente, come ogni risultato della conoscenza - che si può trarre da questo tumultuoso sviluppo degli argomenti che ruotano intorno alla Sardegna?
La prima che mi viene in mente è la perdita della sua eccezionalità e separatezza rispetto al resto dell’Europa meridionale. Anche se questo volume tenta di spiegare una specificità non del tutto secondaria della Sardegna rispetto a un suo frequente termine di paragone (l’Italia del Sud), non può non colpire la vastità geografico-concettuale di alcuni suoi caratteri costitutivi che stanno venendo in luce.

Per esempio, Sardegna immutabile? Luogo dove la storia si è fermata, e il passato sembra vivere nel presente? Ma questo è quanto sostiene Braudel a proposito dell’intero Mediterraneo. Sparsi di qua e di la in tutta la sua opera si trovano innumerevoli riferimenti all’idea che la storia mediterranea è fondamentalmente una storia senza tempo. I primi accenni al concetto si trovano addirittura nella prima edizione del suo capolavoro, «Mediterraneo»: «Il Mediterraneo è una rassegna di Musei dell’Uomo... Vi si trovano un ambiente umano, una concentrazione sociale che le invasioni più spettacolari e rumorose si sono rivelate incapaci di intaccare profondamente» (Braudel 1949). Molti aspetti della vita mediterranea sono stati, per lui, quasi immuni ai cambiamenti dall’ antichità classica fino ad oggi.
Che si tratti della vendetta barbaricina, dell’impronta egualitaria delle comunità dell’Atlante marocchino o dell’ecologia dei nomadi Tuareg, ci sono delle costanti che si ripetono continuamente nella vicenda del Mare Nostrum.

Sardegna come luogo per eccellenza di una cultura pastorale onorifica e violenta, incline all’aggressione e all’ omicidio? Perché non dare uno sguardo al magistrale studio di Nisbett e Cohen, pubblicato nel 1996? Gli autori mettono insieme una matrice pastorale, la debolezza dello stato, una bassa densità demografica, un’esasperata sensibilità alle offese personali ed una tendenza alla vendetta che produce un numero sproporzionato di omicidi per caratterizzare un territorio molto specifico. Solo che non si tratta della Sardegna, e nemmeno di un contesto mediterraneo. Si tratta del Sud degli Stati Uniti.

Sardegna isola della vendetta arcaica? Ma la vendetta è uno dei sentimenti più universali e più attuali, e per alcuni pensatori americani è addirittura l’anima stessa della giustizia, la sua ratio profonda, in contrapposizione al castello sterile di carte che è la giustizia dei codici.

Secondo Robert Solomon, la giustizia è una virtù comune a tutti noi, che si radica nel profondo delle nostre emozioni, e che ha origine proprio nel desiderio di vendetta che nasce in chi ha subito un grave torto: «La vendetta può essere primitiva, ma è pur sempre il nucleo concettuale della giustizia. Il senso di giustizia richiede impegno, non distacco. Implica una acuta consapevolezza che qualcosa è stato offeso, non un astratto senso di equità. Implica il sentimento elementare della protezione del sé (includendo nel sé la propria famiglia e la propria tribù) e il bisogno di ritorsione (per mettere le cose in pari o per pareggiare le possibilità) che segna la nostra collocazione nell’ universo sociale. Senza questi sentimenti, senza la capacità di sentirsi offesi o oltraggiati, potremmo mai possedere davvero il senso della dignità e della moralità?» (Solomon 1995).

Il bisogno di vendetta, allora, è parte integrante del nostro impegno nella vita. Esso non giustifica la violenza e la ritorsione senza freni, ma è uno stimolo positivo verso la ricerca della equanimità. Esso impegna l’individuo a partecipare alla costruzione dell’ordine sociale. E’ il contrario dell’ indifferenza, dell’ egoismo, del “chi se ne importa” e dell’omertà.

Questa concezione contiene un nucleo importante di verità, ed ha influenzato la tesi centrale di questo volume. Il profondo senso di auto-giustizia dei sardi derivante dalla mentalità della vendetta come illustrata da Pigliaru ha impedito al potere mafioso di mettere radici nell’isola. Se la giustizia è qualcosa che ha a che fare con la stima di se stessi, essa è un fatto personale, che non può essere delegato. Né al Leviatano statale, né a quello mafioso. Da qui la ribellione degli individui che rivendicano un diritto umano di base contro un potere che tenta di sopraffare. E’ estranea perciò alla mentalità sarda la passività, l’accettazione rassegnata del torto e dell’ umiliazione grave che affliggono i territori della mafia.

La stessa passione della vendetta-giustizia contiene tuttavia - aggiungiamo noi rispetto ai teorici americani della “personalità” della giustizia - un elemento di ambiguità: essa non lascia molto spazio alle soluzioni alternative del problema della lesione di un diritto, e non conosce altro limite che la volontà del soggetto che ri-vendica.
La vendetta-giustizia sarà certamente una delle 15 motivazioni umane fondamentali individuate da Reiss ed Hovercamp. Ma le vicissitudini dell’autogiustizia sarda continuano a contenere, anche in questi tempi post-moderni, il rischio regressivo e disgregante temuto da Antonio Pigliaru.

L’idea della giustizia come riparazione immediata e simmetrica di un torto effettuata dal medesimo soggetto che lo ha subito può essere molto utile per capire fenomeni a prima vista anche molto lontani dalla Sardegna odierna, come, per esempio, la politica antiterroristica degli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001, nonché molti aspetti della giustizia penale di quel paese, a cominciare dalla pena capitale. Ma ciò non può tradursi nell’ invito a glorificare i sistemi di giustizia più elementari, abbandonando il solco della “giustizia-giusta”, temperata ed imparziale così tipica della civilizzazione europea.

 
     
 

Le pubblicazioni.

 
 
  • La mafia imprenditrice. L'etica mafiosa e lo spirito del capitalismo. Il Mulino, 1983

  • La palude e la città. Si può sconfiggere la mafia (con Nando Dalla Chiesa). Mondadori, 1987

  • Imprenditorialità illecita e droga. Il mercato dell'eroina a Verona (con Roger Lewis). Il Mulino, 1990

  • La mafia siciliana nella vita del grande pentito Antonino Calderone. Mondadori, 1992

  • Gli uomini del disonore. La mafia italiana nella vita del grande pentito Antonino Calderone. Mondadori, 1994

  • Addio Cosa Nostra. La vita di Tommaso Buscetta. Rizzoli, 1994

  • Il processo. Giulio Andreotti sotto accusa a Palermo. Rizzoli, 1995

  • Addio Cosa Nostra. I segreti della mafia nella confessione di Tommaso Buscetta. Rizzoli, 1996

  • La nuova schiavitù. Rizzoli, 1999

  • La mafia imprenditrice. Dalla Calabria al centro dell'inferno 1-3 giorni. Il Saggiatore, 2007

  • Perché non c'è la mafia in Sardegna. AM&D, 2007

  • Il grande inganno. Terrorismo, sicurezza e altre invenzioni. Il Saggiatore, 2008

  • Atti del processo di Palermo. Sansoni