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Pino Arlacchi è stato un membro del senato italiano dal 1995
al 1997 e, precedentemente, anche membro della Camera dei Deputati
dal 1994 al 1995 del gruppo Sinistra Democratica - l'Ulivo. Membro
della 1^ Commissione permanente (Affari Costituzionali) dal 30
maggio 1996 al 14 marzo 1997; Membro della 4^ Commissione permanente
(Difesa) dal 14 marzo 1997 al 31 agosto 1997. Durante questo
periodo, è stato vice presidente della Commissione parlamentare
sulla Mafia, per la quale aveva già fornito le sue competenze in
qualità di consigliere, negli anni dal 1984 al 1986. Come
consigliere maggiore del Ministero dell'Interno all'inizio degli
anni 90, ha istituito la Direzione Investigativa Antimafia (DIA),
l'agenzia investigativa impiegata per combattere il crimine
organizzato. Già nel 1989, invece, era diventato presidente
dell'associazione internazionale per lo studio sul crimine
organizzato.
Arlacchi era anche un amico personale e collaboratore del Giudice
Giovanni Falcone. Nel 1992, fù nominato presidente onorario
della “Fondazione Giovanni Falcone” come riconoscimento per il suo
impegno nel combattere il grave fenomeno rappresentato dalle
associazioni criminali mafiose e nessuno meglio di lui avrebbe
meritato quel titolo.
Il 1 settembre 1997, è stato nominato Direttore Generale Esecutivo
delle Nazioni Unite - ufficio per il controllo della droga e la
prevenzione del crimine presso la sede di Vienna (ODCCP).
I
suoi libri e pubblicazioni sul crimine organizzato hanno ricevuto
l'acclamazione internazionale e sono stati tradotti in molte lingue.
I suoi studi sul fenomeno della Mafia gli hanno guadagnato
riconoscimenti in tutto il mondo per i progressi ottenuti nella
ricerca e nella metodologia, progressi che hanno anche aperto la
strada alla promulgazione di provvedimenti legislativi di
anti-Mafia, altamente apprezzate ed utili nella difficile lotta
contro il crimine organizzato.
Comincia la sua carriera accademica nel 1982 presso l’Università di
Calabria sino al 1985. Nel 1994 diventa professore di sociologia
all'università di Sassari, poi professore di sociologia
applicata all'università di Firenze e nel 1987 fu "visiting
professor" presso l'università della Colombia a New York.
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(di Pino Arlacchi) -
L’
analisi della criminalità sarda comporta il confronto con una
corposa tradizione di ricerca sul campo, che ha coinvolto illustri
scienziati ed ha prodotto concetti importanti, come quello della
“sottocultura della violenza”. Gli studi di quell’ epoca hanno
stimolato, venendone a loro volta influenzati, l’istituzione di una
Commissione parlamentare sulla criminalità in Sardegna che ha
operato tra il 1969 e il 1972. Questi stessi studi hanno contribuito
in qualche modo a plasmare le principali politiche pubbliche
dell’isola imperniate intorno ai Piani di Rinascita ed alla
modernizzazione urbano-industriale.
A
quasi quaranta anni di distanza dalla pubblicazione dei risultati
più significativi di quella stagione scientifica, poca parte rimane
utilizzabile, purtroppo, di quel patrimonio intellettuale.
I
lavori di Wolfgang-Ferracuti sulla violenza in Barbagia e nelle
altre zone dell’isola si rivelano oggi troppo angusti, troppo legati
alla tradizione della criminologia ottocentesca, che vedeva
delinquenza e delitti collegati a specifici gruppi sociali e tratti
antropologico-culturali. Il pregiudizio illuministico e modernista
contro la pastorizia, i pastori e la cultura pastorale, poi, ha
troppo influenzato quei paradigmi per poter guidare la ricerca
sociale contemporanea.
Nel frattempo, l’enorme sviluppo degli studi mediterranei, della
storia sociale, della geografia economica, dell’ antropologia
sociale e giuridica, della sociologia della devianza e perfino della
filosofia del diritto e della politica hanno messo a disposizione
degli studiosi una strumentazione ben più ricca e potente.
Non è
possibile oggi affrontare l’antropologia della Sardegna senza
gettare almeno uno sguardo sulla traboccante letteratura sul
pastoralismo, sul Mediterraneo, sull’ onore, sulla famiglia e sulla
giustizia. Tanto per fare qualche esempio, intorno al tema
dell’egualitarismo pastorale è in corso un dibattito internazionale
che appassiona decine di studiosi, e sull’ argomento della vendetta
come sentimento della giustizia vivo e “moderno” si sono già scritte
varie pregevoli opere di filosofia politica e morale.
Il
Mediterraneo, inoltre, con la sua peculiare curvatura di
unità-nella-diversità, è diventato, soprattutto per merito
dell’eredità di Fernand Braudel, un oggetto di riflessione sempre
più frequentato ed interdisciplinare. Si legga al riguardo la
monumentale sintesi di due studiosi inglesi, Horden e Purcell, in
cui il “mare che corrompe” viene scomposto e ricomposto attraverso
l’analisi di quasi 3.000 lavori sul commercio, le città, le foreste,
le montagne, l’agricoltura, la tecnologia, il clima, il suolo, la
storia, le religioni, la cultura.
Qual è la lezione - provvisoria, naturalmente, come ogni risultato
della conoscenza - che si può trarre da questo tumultuoso sviluppo
degli argomenti che ruotano intorno alla Sardegna?
La prima che mi viene in mente è la perdita della sua eccezionalità
e separatezza rispetto al resto dell’Europa meridionale. Anche se
questo volume tenta di spiegare una specificità non del tutto
secondaria della Sardegna rispetto a un suo frequente termine di
paragone (l’Italia del Sud), non può non colpire la vastità
geografico-concettuale di alcuni suoi caratteri costitutivi che
stanno venendo in luce.
Per
esempio, Sardegna immutabile? Luogo dove la storia si è fermata, e
il passato sembra vivere nel presente? Ma questo è quanto sostiene
Braudel a proposito dell’intero Mediterraneo. Sparsi di qua e di la
in tutta la sua opera si trovano innumerevoli riferimenti all’idea
che la storia mediterranea è fondamentalmente una storia senza
tempo. I primi accenni al concetto si trovano addirittura nella
prima edizione del suo capolavoro, «Mediterraneo»: «Il Mediterraneo
è una rassegna di Musei dell’Uomo... Vi si trovano un ambiente
umano, una concentrazione sociale che le invasioni più spettacolari
e rumorose si sono rivelate incapaci di intaccare profondamente» (Braudel
1949). Molti aspetti della vita mediterranea sono stati, per lui,
quasi immuni ai cambiamenti dall’ antichità classica fino ad oggi.
Che si tratti della vendetta barbaricina, dell’impronta egualitaria
delle comunità dell’Atlante marocchino o dell’ecologia dei nomadi
Tuareg, ci sono delle costanti che si ripetono continuamente nella
vicenda del Mare Nostrum.
Sardegna come luogo per eccellenza di una cultura pastorale
onorifica e violenta, incline all’aggressione e all’ omicidio?
Perché non dare uno sguardo al magistrale studio di Nisbett e Cohen,
pubblicato nel 1996? Gli autori mettono insieme una matrice
pastorale, la debolezza dello stato, una bassa densità demografica,
un’esasperata sensibilità alle offese personali ed una tendenza alla
vendetta che produce un numero sproporzionato di omicidi per
caratterizzare un territorio molto specifico. Solo che non si tratta
della Sardegna, e nemmeno di un contesto mediterraneo. Si tratta del
Sud degli Stati Uniti.
Sardegna isola della vendetta arcaica? Ma la vendetta è uno dei
sentimenti più universali e più attuali, e per alcuni pensatori
americani è addirittura l’anima stessa della giustizia, la sua ratio
profonda, in contrapposizione al castello sterile di carte che è la
giustizia dei codici.
Secondo Robert Solomon, la giustizia è una virtù comune a tutti noi,
che si radica nel profondo delle nostre emozioni, e che ha origine
proprio nel desiderio di vendetta che nasce in chi ha subito un
grave torto: «La vendetta può essere primitiva, ma è pur sempre il
nucleo concettuale della giustizia. Il senso di giustizia richiede
impegno, non distacco. Implica una acuta consapevolezza che qualcosa
è stato offeso, non un astratto senso di equità. Implica il
sentimento elementare della protezione del sé (includendo nel sé la
propria famiglia e la propria tribù) e il bisogno di ritorsione (per
mettere le cose in pari o per pareggiare le possibilità) che segna
la nostra collocazione nell’ universo sociale. Senza questi
sentimenti, senza la capacità di sentirsi offesi o oltraggiati,
potremmo mai possedere davvero il senso della dignità e della
moralità?» (Solomon 1995).
Il
bisogno di vendetta, allora, è parte integrante del nostro impegno
nella vita. Esso non giustifica la violenza e la ritorsione senza
freni, ma è uno stimolo positivo verso la ricerca della equanimità.
Esso impegna l’individuo a partecipare alla costruzione dell’ordine
sociale. E’ il contrario dell’ indifferenza, dell’ egoismo, del “chi
se ne importa” e dell’omertà.
Questa concezione contiene un nucleo importante di verità, ed ha
influenzato la tesi centrale di questo volume. Il profondo senso di
auto-giustizia dei sardi derivante dalla mentalità della vendetta
come illustrata da Pigliaru ha impedito al potere mafioso di mettere
radici nell’isola. Se la giustizia è qualcosa che ha a che fare con
la stima di se stessi, essa è un fatto personale, che non può essere
delegato. Né al Leviatano statale, né a quello mafioso. Da qui la
ribellione degli individui che rivendicano un diritto umano di base
contro un potere che tenta di sopraffare. E’ estranea perciò alla
mentalità sarda la passività, l’accettazione rassegnata del torto e
dell’ umiliazione grave che affliggono i territori della mafia.
La
stessa passione della vendetta-giustizia contiene tuttavia -
aggiungiamo noi rispetto ai teorici americani della “personalità”
della giustizia - un elemento di ambiguità: essa non lascia molto
spazio alle soluzioni alternative del problema della lesione di un
diritto, e non conosce altro limite che la volontà del soggetto che
ri-vendica.
La vendetta-giustizia sarà certamente una delle 15 motivazioni umane
fondamentali individuate da Reiss ed Hovercamp. Ma le vicissitudini
dell’autogiustizia sarda continuano a contenere, anche in questi
tempi post-moderni, il rischio regressivo e disgregante temuto da
Antonio Pigliaru.
L’idea della giustizia come riparazione immediata e simmetrica di un
torto effettuata dal medesimo soggetto che lo ha subito può essere
molto utile per capire fenomeni a prima vista anche molto lontani
dalla Sardegna odierna, come, per esempio, la politica
antiterroristica degli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001, nonché
molti aspetti della giustizia penale di quel paese, a cominciare
dalla pena capitale. Ma ciò non può tradursi nell’ invito a
glorificare i sistemi di giustizia più elementari, abbandonando il
solco della “giustizia-giusta”, temperata ed imparziale così tipica
della civilizzazione europea. |
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